Pubblicato originariamente su Wikipedia, l'enciclopedia libera; licenza http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/deed.it ; versione online[1] su www.compliance.normativa.it ; data di pubblicazione: 21 novembre 2010
L’articolo illustra i possibili approcci per la valutazione dei costi di regolamentazione ed in particolare dei cosiddetti “costi di compliance”. È riportata la classificazione dei costi di regolamentazione indicata da Banca d’Italia. Si descrive cos’è l’Analisi di Impatto delle Regolamentazione (AIR). Sono sintetizzati i risultati delle principali indagini svolte per valutare i costi di compliance: FSA (1996), Gartner (2006), AICOM (2007), CIPA (2009), PWC/Assogestioni (2010).
Parole chiave: costi, compliance, impatto, AIR, analisi di impatto della regolamentazione, BCC, analisi costi-benefici, regulatory.
In ambito economico i cosiddetti costi di regolamentazione sono generalmente suddivisi in tre categorie[2]:

Figura 5: I costi della compliance
La valutazione dei costi di regolamentazione (ed in particolare dei costi di compliance) è importante non solo per gli intermediari ma, a livello più generale, per permettere un’analisi costi-benefici a seguito dell’introduzione (o in previsione) di nuove norme.
A riguardo si ricorda che la legge 28 dicembre 2005, n. 262[3], “Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari” prevede che “Banca d’Italia, CONSOB, ISVAP e COVIP pubblichino, per ogni atto regolamentare o di contenuto generale, una relazione illustrativa degli impatti sui mercati, sull’attività delle imprese e degli operatori e sugli interessi degli investitori e dei risparmiatori”[4].
L’Analisi di Impatto della Regolamentazione (AIR), sottolinea Banca d’Italia “è una componente essenziale del metodo di produzione normativa: consente di verificare l’esigenza di un intervento regolamentare e di valutare costi e benefici delle diverse opzioni, per la varie categorie di portatori di interessi. I risultati dell’analisi di impatto fanno parte dei testi sottoposti a consultazione e contribuiscono a rendere più trasparenti le ragioni alla base delle scelte normative”[5].
Nello studio del 2009 “Regolamentazione finanziaria: costi diretti e di compliance per il sistema bancario italiano”[6], Domenico Piatti tenta di rispondere alle seguenti domande:
Scrive Piatti[7]:
“I costi di compliance non sono necessariamente marginali in quanto non tengono conto dei costi che le banche avrebbero comunque sostenuto anche in assenza di regolamentazione esterna (es. livello minimo di capitale, norme di corretta gestione, controllo dei rischi). Inoltre, la regolamentazione può in parte ridurre i costi di controllo e di controparte che si dovrebbero sostenere in sua assenza[8]. Per questo motivo, i costi totali esterni normalmente sovrastimano i costi di regolamentazione effettivi. Nell’ambito di indagini volte a definire il costo dell’introduzione di una normativa occorrerebbe, pertanto, riferirsi solo ai costi incrementali o marginali”.
In letteratura, ricorda Piatti, per l’analisi dei costi di regolamentazione, è possibile evidenziare due filoni di ricerca che si differenziano sia per gli obiettivi di analisi sia per le metodologie utilizzate.
Un primo filone di ricerca esamina, più in generale, l’impatto della regolamentazione sulla struttura dell’industria bancaria, in prospettiva macroeconomica. In genere, si tratta di un’analisi cross-section fra paesi diversi, in funzione delle diverse caratteristiche istituzionali e regolamentari, dove il crinale è spesso definito dal passaggio cruciale da una tipologia di regolamentazione ad un’altra.
Il secondo filone di ricerca si occupa, invece, di stimare sia i costi di compliance relativi a singole norme regolamentari sia i costi di regolamentazione diretti.
Nel secondo filone la ricerca è volta ad analizzare non l’impatto sistemico bensì l’impatto microeconomico della regolamentazione in generale o della singola norma in particolare, sui costi operativi della singola banca.
Nel primo filone di studio la metodologia utilizzabile è essenzialmente quella econometrica mentre nell’ambito del secondo filone le metodologie di misurazione dei costi di regolamentazione, siano essi diretti o di compliance, sono riconducibili a due modalità[9]:
a) survey e case study attuati in genere da società di consulenza ed effettuate mediante la predisposizione di questionari somministrati alle imprese[10];
b) modelli econometrici.
I costi di compliance, a differenza dei costi diretti di regolamentazione, hanno un impatto sul conto economico; poiché però non esistono nei piani dei conti delle banche categorie di costo specificamente dedicati a questo oggetto, i costi di compliance confluiscono indistintamente nei costi operativi; essi non sono, pertanto, direttamente osservabili. Nella ricerca di Piatti si è tentato di stimarli con una regressione utilizzando i dati contabili di 435 banche di cui 348 BCC (Banche di Credito Cooperativo), osservati per il periodo 2000-2007. La stima si è basata sull’analisi della discontinuità regolamentare, legata all’introduzione dei principi contabili internazionali (IAS) del 2005 e all’introduzione del Nuovo accordo sul capitale e della MiFID del 2007.
“Il risultato dell’indagine è che la regolamentazione IAS ha generato un incremento dell’incidenza dei costi operativi dell’1,8% per le banche diverse dalle Bcc solo se si considera l’effetto anno 2005, ossia se si ipotizza di addossare all’introduzione degli IAS l’effetto temporale catturato nell’anno 2005. Qualora non si accetti tale ipotesi, il modello evidenzia variazioni percentuali dell’incidenza dei costi operativi non positive ma negative.
Per le Bcc la variabile IAS non risulta significativa, ma se si considera l’effetto anno 2005 si potrebbe concludere che l’introduzione degli IAS ha generato una variazione percentuale dell’incidenza dei costi operativi del 2% circa, superiore a quello delle altre banche.
L’introduzione di Basilea 2 e della MiFID ha invece comportato una variazione percentuale dell’incidenza dei costi operativi del 7,29% per le banche diverse dalle BCC e dell’1% circa per le Bcc.” [11]
La Financial Services Authority (FSA) britannica ha pubblicato[12] nel 2000 una ricerca che riporta un confronto fra costi diretti e costi di compliance relativi ai principali paesi industrializzati del mondo (l’Italia non è presente). I dati, che si riferiscono al 1996, sono espressi in percentuale (centesimi di basis points) in relazione attività finanziarie soggette a regolamentazione.
· Cost of regulatory infrastructure(expressed in relation to regulated financial assets, in units of 1/100th of a basis point*, 1994/95)
o Australia79
o US 99
o Canada 98
o NZ 91
o France69
o HK 51
o UK40

Figura 6: Costi diretti della regolamentazione (1996)
· Compliance costs by country per annum(expressed in relation to regulated financial assets, in units of 1/100th of a basis point*, 1996)
US 1047
Australia 757
France 412
Canada 383
UK 275
NZ 136

Figura 7: Costi diretti di compliance (1996)
I dati sono riportati e commentati da Marco Onado[13] dell’Università Bocconi che scrive:
“Due aspetti meritano di essere sottolineati. Da un lato, le profonde differenze da un paese all’altro, e dall’altro l’ordine di grandezza dei costi di compliance, dieci volte superiori a quelli diretti. Ne deriva che le posizioni relative portano a differenze assai significative in valore assoluto da un paese all’altro. Negli Stati Uniti ad esempio i costi risultano quadrupli rispetto al Regno Unito e doppi rispetto alla Francia.
Se questo è il punto di partenza, non meraviglia che recentemente sia esploso il problema proprio negli Stati Uniti, cioè il paese in cui secondo le cifre riportate il costo della regolamentazione è più alto e che in un recente rapporto (…) ha affermato che il costo della compliance è aumentato in modo drammatico negli ultimi anni e che nella security industry è passato da 13 miliardi di dollari nel 2003 a 25 nel 2005, pari al 5 per cento dei ricavi totali.”[14]
In relazione agli eccessivi “costi di regolazione” Onado ricorda che “nell’attuale dibattito, gli Stati Uniti sembrano aver individuato le cause del declino (del proprio mercato azionario rispetto ad esempio alla piazza di Londra ndr) in quattro aspetti fondamentali della regolamentazione:
1. la complessità dell’architettura complessiva;
2. l’eccessiva prescrittività delle norme;
3. i costi della disciplina introdotta dopo gli scandali finanziari (in particolare il famoso Sarbanes-Oxley Act del 2002);
4. gli eccessivi costi in termini di sanzioni e risarcimenti collegati a giudizi civili, soprattutto collettivi.”[15]
Nell’indagine del 2006 “Understanding the Costs of Compliance”[16] Gartner ha analizzato i dati relativi ai costi di compliance sostenuti dalle prime 1000 imprese statunitensi nel periodo 2003 – 2006; ne risulta una spesa media aggiuntiva (2005) di 4 milioni di $ per le prime 500 imprese (Standard & Poor’s 500) e di circa 3 milioni di $ per le successive 500, ripartita sulla base delle voci di costo indicate di seguito:
|
|
2003 |
2004 |
2005 |
2006 |
|
Consulting |
52 |
44 |
35 |
30 |
|
Software |
10 |
12 |
28 |
29 |
|
Staff and Training |
6.5 |
10 |
12 |
11 |
|
IT Services |
6 |
7.2 |
10 |
11 |
|
Auditing |
15 |
16 |
11 |
10.8 |
|
Legal and Governance |
4 |
9 |
9 |
7.2 |
|
Insurance (Estimate) |
6 |
5.9 |
4.8 |
4.8 |
|
Records Management (Estimate) |
9 |
11 |
19 |
22 |

Figura 8: Spesa incrementale per Compliance (campione statunitense) (pag. 6 di John Bace, Carol Rozwell, Joseph Feiman, Bill Kirwin, “Understanding the Costs of Compliance”, Gartner, July 2006)
L’AICOM http://www.assoaicom.org/ , Associazione Italiana Compliance, ha svolto nel periodo marzo – maggio 2007 un survey su un campione di 31 intermediari; tra le questioni poste ve ne erano alcune relative ai costi di compliance[17].
L’ indagine ha, fra l’altro, posto in rilievo le principali voci di costo che derivano dall’introduzione di una funzione di verifica della conformità e i principali benefici attesi.
In sintesi il dato sensibilmente più rilevante è quello relativo al personale impiegato e ai processi di formazione, mentre ancora piuttosto contenuti sono i costi relativi all’acquisizione di software e di strumentazione analoga per la gestione e la misurazione del rischio di compliance.
I dati della ricerca AICOM sono stati riportati in dettaglio da CETIF, il Centro di Ricerca su Tecnologie, Innovazione e servizi Finanziari http://www.cetif.it dell'Università Cattolica di Milano, nel suo “Rapporto di Ricerca”, pubblicato nel mese di gennaio 2007, dal titolo “Riflessi Organizzativi della Compliance nelle Banche”[18].
Scrive CETIF[19]:
“Nel nostro Paese, mancano rilevazioni di tipo quantitativo effettuate su base sistematica. Tuttavia, la citata indagine di AICOM consente di fare qualche utile considerazione sul piano qualitativo. Nell’ambito delle aziende analizzate, i costi di Compliance risultano in prevalenza ripartiti sulle seguenti voci (l’entità della spesa per voce di costo è rappresentata in una scala crescente da 0 a 10)”

Figura 9: Entità dei costi di Compliance pervoci di costo, fonte: AICOM, Università degli studi di Perugia, Università degli studi di Roma Tre, 2006
Nella figura che segue è riportata, invece, la distribuzione dei costi di Compliance per area normativa (l’entità della spesa è rappresentata secondo la stessa scala crescente da 0 a 10):

Figura 10: Entità dei costi di Compliance per area normativa, Fonte: AICOM, Università degli studi di Perugia, Università degli studi di Roma Tre, 2006
Il costo dell’introduzione, a cominciare dal 2008, della funzione di Compliance nelle banche italiane è stato rilevato da CIPA(Convenzione Interbancaria per i Problemi dell'Automazione http://www.cipa.it/ ) che annualmente rileva i costi legati all’introduzione di nuove tecnologie nel comparto del credito.
Nella relazione del 2009, resa pubblica nel maggio 2010, CIPA scrive: “(…) se si considerano i dati in valore assoluto e a campione costante, si osserva che la spesa per interventi di compliance è complessivamente scesa dai circa 207 milioni di euro del 2008 ai 142 milioni di euro del 2009. L’importo diminuito in modo più accentuato è quello per la "normativa interbancaria"; riduzioni significative si notano anche per quel che concerne gli interventi per la privacy e quelli connessi a normative pregresse e alla MiFID. In aumento, invece, la spesa per gli interventi di adeguamento alle disposizioni di Vigilanza Banca d’Italia e Consob, per la normativa contabile/fiscale nonché per la SEPA.”[20][12]
|
Costi |
2009 |
2008 |
Differenza |
|
Pregresse (vedi nota tabella) |
54 |
80 |
-26 |
|
Trasparenza (solo 2009) |
6 |
0 |
+6 |
|
Normativa interbancaria |
9 |
42 |
-33 |
|
Vigilanza Consob |
4 |
3 |
+1 |
|
Vigilanza Banca d'Italia |
15 |
11 |
+4 |
|
Privacy |
3 |
9 |
-6 |
|
Normativa fiscale e contabile |
7 |
6 |
+1 |
|
Antiriciclaggio |
6 |
7 |
-1 |
|
MiFID |
13 |
26 |
-13 |
|
SEPA |
25 |
24 |
+1 |
|
Totale Compliance |
142 |
207 |
-65 |

Figura 11: Costi per attività di Compliance nelle banche – serie 1: 2009, serie 2: 2008
Nota tabella: Business Continuity, Disaster recovery, Basilea2 etc.
L’indagine di PWC[21] http://www.pwc.com/it/it/publications/survey-funzione-compliance-2010.jhtml si è basata su un questionario inoltrato alle società operanti nel settore del Risparmio Gestito in Italia e, in particolare, alle Società di Gestione del Risparmio (SGR).
L’analisi ha approfondito le tematiche relative aicosti delle attività di Compliance e alle misure di efficacia ed efficienza della funzione stessa.
L’indagine, per gli aspetti relativi ai costi, è stata incentrata sui seguenti temi:
I risultati dell’indagine sono:
Figura 12: Ripartizione delle singole tipologie di Costi di Compliance
|
Tipologia di costo |
Percentuale |
Costo |
|
Adeguamento alla normativa |
8% |
73.600€ |
|
Staff |
54% |
493.000€ |
|
Manutenzione Sistemi Informativi |
34% |
309.000€ |
|
Formazione continua |
4% |
32.000€ |

Figura 12: Ripartizione delle singole tipologie di Costi di Compliance, Indagine PWC/Assogestioni (2010), p. 31
|
Tipologie di costo |
Percentuale |
Costo |
|
Sanzioni e onorari |
7% |
45.000€ |
|
Costo dell’errore del calcolo della quota |
24% |
162.000€ |
|
Remediation costs |
69% |
480.000€ |

Figura 13: Ripartizione delle singole tipologie di Costi di non Compliance, PWC/Assogestioni (2010), p. 31
[2] Banca d’Italia, Recepimento delle modifiche alla direttiva 2006/48/CE. Disposizioni di vigilanza prudenziale in materia di cartolarizzazione, relazione preliminare sull’analisi di impatto, ottobre 2010, pag. 6 in http://www.bancaditalia.it/vigilanza/banche/documcons/consnorm/crd2/disposizioni-cartolarizzazioni/DC_AIR_cartolarizzazione.pdf
[3] Legge 28 dicembre 2005, n. 262, “Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari, in: http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2005-12-28;262
[4] Siriana Salvi, L’AIR nella Banca d’Italia, Osservatorio sull’Analisi di Impatto della Regolazione, in http://www.osservatorioair.it/wp-content/uploads/2009/08/OsservatorioAIR_BancaItalia_giugno2010.pdf, giugno 2010, pag. 11 (documento rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5. http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/ )
[5] Banca d’Italia, Lo stato del sistema bancario italiano e le prospettive per l’attività normativa, audizione di Andrea Enria, Capo del Servizio Normativa e politiche di vigilanza, 17 novembre 2010 in http://www.bancaditalia.it/interventi/altri_int/2010/Enria-171110.pdf, pag. 8 (il testo è disponibile anche nei formati epub, doc, xhtml, odt in http://www.compliancenet.it/content/banca-d-italia-lo-stato-del-sistema-bancario-italiano-e-prospettive-per-attivita-normativiva-audizione-ernia )
[6] Domenico Piatti, “Regolamentazione finanziaria: costi diretti e di compliance per il sistema bancario italiano”, disponibile in http://www.adeimf.it/dump.php?id=12450619214a36232168d959,96666541&tipo=elementi&num=3 (B, 26 febbraio 2010) e presentato al convegno ADEIMF “Il pricing nel settore finanziario, convegno annuale 2009” in http://www.adeimf.it/index.php?action=convegni&idc=12270164244922c8e8b3b2a7,00140781
[7] Ivi, pag. 4
[8] Marco Onado, “La regolamentazione dei servizi finanziari in Europa come fattore di competitività”, relazione al Convegno Annuale Assoreti, Forte dei Marmi, 19 maggio 2007
[9] Tali modalità sono attualmente le uniche possibili in quanto i sistemi contabili non separano i costi operativi connessi alla regolamentazione e non è quindi possibile averne un riscontro diretto (nota 19 di Piatti, op. cit., pag. 5)
[10] Le survey si differenziano dai case study per la maggiore numerosità dei soggetti coinvolti (nota 20 di Piatti, op. cit., pag. 5)
[11] Domenico Piatti, op. cit., pag. 29
[12]Financial Services Authority, A new regulator for the new millennium, London, FSA, January 2000 in http://www.fsa.gov.uk/pubs/policy/p29.pdf
[13] Marco Onado, Università Bocconi, “La regolamentazione dei servizi finanziari in Europa come fattore di competitività”, Relazione al Convegno Annuale Assoreti 2007, Forte dei Marmi, 19 maggio 2007 in http://www.assoretiformazione.it/Portals/0/documenti/Onado_19052007.pdf
[14]Ivi, pag. 11
[15]Ivi, pag. 17
[16]John Bace, Carol Rozwell, Joseph Feiman, Bill Kirwin, “Understanding the Costs of Compliance”, Gartner, July 2006, in http://logic.stanford.edu/POEM/externalpapers/understanding_the_costs_of_c_138098.pdf
[17] Il survey è stato oggetto della tesi di dottorato in banca e finanza della dottoressa Manuela Gallo, tesi intitolata “La Funzione Compliance nelle Banche Italiane” http://dspace.uniroma2.it/dspace/bitstream/2108/610/1/Tesi+dottorato+Gallo+Manuela+XIX+ciclo.pdf presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Facoltà di Economia.
[18]CETIF, Osservatorio “Riflessi Organizzativi della Compliance nelle Banche”, Rapporto di Ricerca, pubblicato nel mese di gennaio 2007 in http://www.cetif.it/CM/Docs.aspx?Nome=DocID1121_ModCC_ID58.pdf
[19] Ivi, pag. 81
[20] ComplianceNet: “Cipa - Abi: rilevazione dello stato dell’automazione del sistema creditizio 2009, aspetti di compliance” in http://www.compliancenet.it/content/cipa-abi-rilevazione-stato-automazione-sistema-creditizio-2009-aspetti-compliance tratto a sua volta da CIPA, Convenzione Interbancaria per i Problemi dell'Automazione, “Rilevazione dello stato dell'automazione del sistema creditizio - Profili economici e organizzativi - Situazione al 2009”, in http://www.cipa.it/docs/rileva/eser09/Testo_2009.pdf, fig. 44, pag. 42
[21]Già PricewaterhouseCoopers http://www.pwc.com/it/it
[24]http://www.osservatorioair.it/wp-content/uploads/2009/08/OsservatorioAIR_BancaItalia_giugno2010.pdf
[27]http://www.compliancenet.it/content/banca-d-italia-lo-stato-del-sistema-bancario-italiano-e-prospettive-per-attivita-normativiva-audizione-ernia